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Il comune di Travacò Siccomario appartiene a: Regione Lombardia - Provincia di Pavia

Storia

Il Siccomario: nome e territorio nei documenti più antichi

Per affrontare il problema dell'origine del nome alquanto inconsueto di Travacò Siccomario, occorre esaminare separatamente i due termini "Travacò" e "Siccomario", attenendosi il più possibile ai dati oggettivi desumibili dalla documentazione archivistica disponibile. Da quest'ultima appare chiaro, come si vedrà, che le suggestive interpretazioni che derivano "Siccomario" da "sicut mare" o da "siccum maris", azzardate da qualche cronista, sono del tutto fantasiose e prive di fondamento, come anche quelle che pretendono di derivare il nome da una sorta di categoria di bonificatori di paludi detti "sighemarii". Prima di entrare nel merito, tuttavia, occorre delimitare con chiarezza l'estensione territoriale del Siccomario.

Delimitazione geografica del Siccomario

Il toponimo "Siccomario", o meglio il coronimo, poiché si tratta della denominazione di un territorio e non del nome di singole località o centri abitati, identifica una zona ben determinata.

Nel 1330 il cronista Opicino de Canistris descrive così il territorio che si trova a sud di Pavia: "La parte di mezzo del territorio a sud della città è delimitata da tre fiumi. Il Po a 5 miglia, il Gravellone a 500 metri ed il Ticino lungo le mura stesse della città. La parte più piccola del territorio in questa direzione si trova tra il Ticino e il Gravellone, appartiene tutta al Comune [di Pavia], e contiene soltanto prati ed il luogo della giustizia". E' l'attuale Borgo Ticino.

"La seconda parte è piena di ottimi campi e produce frutti abbondanti di diverso genere". Questa parte, che si trova tra il Gravellone ed il Po, si chiama Siccomario ("Siccomarium appellatur"). Qui nascono vini che d'estate non fanno male, perché di bassa gradazione, e che quindi hanno i loro pregi pur essendo di qualità non elevata.

Più oltre, "verso mezzogiorno, per più di 4 miglia di larghezza e ad occidente per più miglia fino a dove inizia la Lomellina, presso la città, c'è in Siccomario un luogo che volgarmente si chiama "terra arsa", distante dalla città circa 1500 passi, dove fu nutrito ed allevato S.Martino di Tour", nato in Pannonia, che divenne poi Vescovo di Tour. E questo è l'attuale San Martino.

C'è poi un'altra parte, al di là del Po, che è l'Oltrepò vero e proprio.

Poco oltre, entrando più in dettaglio, Opicino aggiunge che "questa città ha tutt'intorno, specialmente nel Siccomario, molti orti e giardini e molti pomarii", cioè frutteti dove si coltivano mele.

Dalla descrizione sembra emergere quindi che il Siccomario fosse la terra tra Gravellone e Po e che una parte di essa, nella quale all'epoca di Opicino si trovava l'abitato di S.Martino, si chiamasse "Terra arsa". Questo fatto, del resto, è suffragato dalla documentazione medioevale nella quale, quando si parla di San Martino, si dice sempre "San Martino in terra arsa" e non "in Siccomario". L'estensione del termine Siccomario a San Martino, quindi, è sicuramente un fatto più recente.

Il termine "Siccomario" nei documenti più antichi
Il documento più antico di cui disponiamo che alluda all'attuale zona del Siccomario è una donazione che Carlo Magno fa al grande Monastero di S. Martino di Tour, nel 774, dopo aver assediato Pavia e sconfitto i Longobardi. In questo documento, pur trattando di chiese e terreni siti nel Siccomario, questo termine non compare mai.

In quest'epoca, e ancora per qualche secolo, il nome "Siccomario" continua a non comparire. Analogamente compare l'aggettivo "arida", ma non "terra arsa", che invece fa la sua prima comparsa nel 909, in un documento di Berengario I che, parlando dei beni che appartengono alla canonica di S. Giovanni Donnarum di Pavia, cita "pratellos quinque" [5 praticelli] in loco quae dicitur terra arsa pratum unum cum silvula" cioè "nel luogo che si chiama terra arsa un prato con un boschetto".

Quindi in quest'epoca, e fino a tutto il secolo decimo, abbiamo solo il nome "terra arsa" che mentre non esiste ancora il toponimo Siccomario.

Dopo quasi due secoli di vuoto, senza alcuna documentazione pervenuta, in un documento del 2 ottobre 1099 arriviamo finalmente alla prima menzione del "Siccomario". L'Abbazia di S.Maiolo in Pavia, infatti, vende dei beni "in loco et fundo Sigemario at Pozzallo". ("Locus et fundus" è un'espressione usata, in genere, per indicare un centro abitato rurale di piccole dimensioni, di solito un paese col suo territorio).

In ogni caso, la spiegazione più logica è che "Sigemarius" sia un nome di persona germanico, attestato molto bene in Lombardia già nei secoli VIII° e IX°, assai probabilmente nemmeno longobardo ma franco, anche se questo non si può giurare in assoluto.

Chi fosse questo Sigemario, perché avesse dei beni in questa zona e perché abbia lasciato il suo nome è oscuro, tuttavia c'è un'interessante coincidenza che rafforza tale interpretazione, infatti esisteva in Pavia, nel secolo IX°, un Monastero "de Sigemario".

Questo fatto basta già, comunque, ad attestare l'esistenza e la circolazione di questo nome. Il Monastero "de Sigemario" si chiamava così proprio perché era stato fondato da un tizio di nome "Sigemario". Anche questo Monastero però non si sa di preciso dove fosse e dal secolo X° non se ne ha più notizia.

Quindi la spiegazione più logica è che "Siccomario" derivi da un nome di persona diventato toponimo.

La spiegazione tradizionale, dunque, era quella del "secco mare" finché non è arrivato l'Olivieri che, negli anni intorno al 1930, ha dato questa spiegazione legata al nome "Sigemarius". L'Olivieri è un grande studioso di toponomastica che ha scritto, tra le altre cose, un dizionario di toponomastica lombarda e, tutti quelli che sono venuti dopo l'Olivieri, hanno ripreso la sua interpretazione.

Quindi in sostanza il nome Siccomario, nella forma Sigemario, molto simile ad un nome di persona, compare per la prima volta nel secolo XI°, nel 1099, e si afferma da allora in modo definitivo.

Altri importanti riscontri documentali
Da quest'epoca in poi, ed in particolare a far data dal 1120, abbiamo numerosi documenti perché i beni che l'Abbazia di S.Maiolo possiede in quest'area, soprattutto terreni, vengono dati in concessione, venduti, ampliati mediante nuovi acquisti. Quindi le vicende di quest'area sono sempre meglio documentate. Vediamoli rapidamente.

Il primo documento dopo quello del 1099 è datato 1120 e parla di una "clausura super fluvium Ticinum" (la "clausura" era un terreno recintato, normalmente delle vigne). "Super fluvium Ticinum" vuol dire "oltre il fiume Ticino". Il documento prosegue poi affermando "in loco et fundo Casellae qui dicitur in Sigemario prope Pozzolum".

C'è tutta una serie di documenti, d'ora in poi, che parla del Ticino, di "loco et fundo Sighemario" con indicati vari luoghi specifici ubicati nel territorio del Siccomario.

Ed ancora, nel 1130 si parla di terre "in Sigemario" che vengono donate alla Chiesa di S.Maria di Betlem.

Ad un certo punto, nel 1171, compare un appezzamento di vigna posta in "Sigemario vetulo", cioè nel Siccomario vecchio. Quindi, in quest'epoca, si sente la necessità di definire un territorio del Siccomario vecchio per distinguerlo da un altro territorio, che probabilmente si è aggiunto, che prima non si chiamava così, e che si intende come Siccomario nuovo. Questa denominazione fa quindi pensare ad un ampliamento del territorio che si chiamava ormai correntemente Siccomario.

Per tutto il secolo XII° abbiamo un succedersi di denominazioni finché, nel 1180, compare un nuovo interessante elemento del paesaggio: "in loco et fundo Sigemario prope Ruptam". E' la prima volta che compare il nome della Rotta, che in precedenza non era mai attestato. A questo riguardo è interessante la testimonianza dell'Anonimo dell'800 il quale afferma che la Rotta divide in metà il Siccomario e sulla sinistra si trova la "terra arsa", cioè il territorio di San Martino, mentre sulla destra si trova il Siccomario vero e proprio. Ciò che separava il Siccomario dalla "terra arsa" era quindi la Rotta.

C'è poi una bolla papale del 1187, per il Monastero di S.Agata di Pavia, dove vengono elencati molti beni sparsi un po' per tutta l'Italia Settentrionale. Ad un certo punto si parla di "prata omnia super Ticinum" cioè "tutti i prati oltre il Ticino" senza però indicare dove. Poco dopo, nella stessa bolla troviamo invece "ad Sanctum Martinum in terra arsa campum unum", ma ancora non si parla di Siccomario.

Questo documento, pur essendo del 1187, assai probabilmente ricopia fedelmente un documento molto più antico, assai probabilmente anteriore al secolo XI°, proprio perché sarebbe impossibile in quest'epoca non parlare del Siccomario, parlando di terre che si trovano tra il Ticino e il Po.

Sempre nello stesso documento, andando avanti, troviamo ancora il "Sigemario vetulo" (Siccomario vecchio) e più oltre "S.Maria di Siccomario" che, qui si precisa, e siamo nel 1187, è sotto la giurisdizione del Monastero di San Maiolo.

A proposito del termine "Travacò"

Riguardo al termine Travacò possiamo prendere come riferimento il "Dizionario di toponomastica lombarda" dell'Olivieri e tutti i numerosi commentatori e studiosi che vi fanno riferimento, i quali danno l'indicazione di "travacca" come di un elemento di contenimento di un corso d'acqua, qui particolarmente indicato data la natura dei luoghi.
La "travacca" sarebbe quindi qualcosa che si presenta come un elemento di rinforzo di un argine. Del resto è un nome diffuso in Lombardia, infatti esistono cascine "Travacca", "Travaccò", ecc. La finale in "o" accentato è tipica di altri nomi che originariamente terminavano in "atum". Quindi in origine doveva essere "trabaccatum" cioè luogo dove è stata costruita una "trabacca", cioè un elemento di sostegno, di difesa, lungo un corso d'acqua.